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Comunione e Liberazione Universitari
di Cassino

Siamo un gruppo di studenti universitari mossi dal desiderio di condividere un'amicizia e un'esperienza di vita universitaria più umana.
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SensoReligioso.it :: I documenti di Mons. Luigi Giussani











22 agosto 4589


4 febbraio 2008

Io sono Leggenda

 

"Carissimo direttore,
sono andato a vedere il film "Io sono leggenda", un film di grande tensione e segnato in lungo e in largo dalla geniale interpretazione di Will Smith nei panni di Robert Neville, unico e solo uomo rimasto in un futuro in cui l'umanità è stata spazzata via da un virus e i pochi sopravvissuti sono stati trasformati dal terribile male in esseri orrendi. E' un film che coinvolge per la vicenda narrativa sempre in bilico, ma il cui filo rosso è l'urgenza che dentro la spietatezza del male, generato dall'uomo stesso, accada ciò che il cuore desidera, la ripresa dell'umano. L'ultimo uomo rimasto con il cuore di carne, vagando in una città deserta e su cui incombe il terrore degli esseri infettati, è la ripresa dell'umano che cerca, perchè non può accettare la sua fine nè la trasformazione della sua natura. Sarà una ragazza, Anna, a riaprire questa speranza, non senza il gesto sacrificale di Robert Neville. E' il film di Francis Lawrence una interessante provocazione all'uomo affinchè nello sviluppo quasi inarrestabile delle sue capacità scientifiche e tecnologiche abbia sempre a cuore se stesso.
Gianni Mereghetti, Abbiategrasso

nulla da aggiungere... il resto lo dice il film.
Augusto




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23 gennaio 2008

[ Segnalazioni ] Tutto si fa chiaro

A te che sei l’unica al mondo
L’unica ragione per arrivare fino in fondo
Ad ogni mio respiro
Quando ti guardo
Dopo un giorno pieno di parole
Senza che tu mi dica niente
Tutto si fa chiaro
A te che mi hai trovato
All’ angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perché non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magia
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro l’aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che io
Ti ho visto piangere nella mia mano
Fragile che potevo ucciderti
Stringendoti un po’
E poi ti ho visto
Con la forza di un aeroplano
Prendere in mano la tua vita
E trascinarla in salvo
A te che mi hai insegnato i sogni
E l’arte dell’avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura
A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che sei l’unica amica
Che io posso avere
L’unico amore che vorrei
Se io non ti avessi con me
A te che hai reso la mia vita
Bella da morire
Che riesci a render la fatica
Un immenso piacere
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Semplicemente sei
Compagna dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei

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A te
, Lorenzo Chrubini, Safari

segnalato da chri nk


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25 maggio 2007

[ Segnalazioni ] La compagnia


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Vasco Rossi, La compagnia

segnalato da chri(
nk




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4 maggio 2007

[ Segnalazioni ] Di omofilia e omofobia

La chiesa cattolica è contraddittoriamente accusata di omofilia e di omofobia patologiche. Nella mozione di Strasburgo si è rischiato un secondo caso Buttiglione. Qui si discute il problema, che è interessante

Perché la chiesa cattolica è accusata da chi non la ama di essere patologicamente
omofila e patologicamente omofoba? Il principio di contraddizione dovrebbe impedirlo, invece succede. Il Vaticano ha ammesso drammaticamente le sue insufficienze nel controllo e nella dissuasione di fenomeni di abuso omofilo in alcune importanti diocesi americane, e non solo in esse. Ma, al di là delle manipolazioni interessate e delle montature mediatiche wasp (white anglo saxon protestant) che pure ci sono state, la chiave di tutto, per le persone informate e non prevenute, è sempre stata questa: nel suo ordine, la chiesa tende a derubricare quel che noi consideriamo reato in peccato, inosservanza comportamentale o violazione canonica dentro una comunità sociale di amore che ha per tema decisivo la salvezza dell’anima di ogni peccatore. Ecco perché al posto delle denunce tempestive, nella diocesi di Boston e in altre ci furono, in misura sicuramente minore di quel che suggerisce la campagna anticattolica sviluppatasi negli anni scorsi, provvedimenti blandi, trasferimenti, tentativi di correzione nel silenzio (e anche al fondatore dei Legionari di Cristo, gravemente sospettato di abusi omofili, è stato risparmiato un pubblico processo). Dunque quella chiesa che è percepita come omofila, luogo di una vocazione omosessuale diffusa e mal controllata, spesso
trasformata in violenza psicologica o altro, è in realtà una comunità monosessuale
in cui si manifestano problemi tipici di altre comunità simili (basti pensare al concetto ironico inglese di “autonomia della flotta” per spiegare la sessualità dei marinai), e questi problemi sono accuditi con l’intenzione di correggere i comportamenti e salvare le anime, cioè offrire una speranza di redenzione individuale a ciascuno. Non è indulgenza omofila, per così dire, è solo che la chiesa fa il suo mestiere, per così dire. Se ci riflettete lo stesso vale per la presunta omofobia “malata” della chiesa, l’altra e contraddittoria accusa che le viene rivolta. La chiesa, come tutti sanno, accoglie, confessa, assolve gli omosessuali, e nella realtà della sua vita e anche della sua dottrina li ama, li predilige come pecorelle smarrite, e da molto tempo ormai la chiesa-istituzione è molto laica nell’affrontare questa questione sociale (non scordiamoci che l’omofobia era la regola sociale diffusa fino a tre decenni fa, per esagerare, anche nella società civile occidentale, ed è legge nel mondo islamico). Li ama dunque, e tuttavia, anche qui, vuole correggere quei comportamenti, li ritiene significativi, non omologabili alla costruzione di amori e famiglie biparentali classiche. Insomma, anche qui la chiesa
corregge, ha un modello, una dottrina sociale, un catechismo, una sua idea di verità da proporre. Ed eccoci al punto chiave. Dai tempi del caso Buttiglione, che si ripete in forma meno grave con la parte della mozione antiomofoba approvata ieri l’altro a Strasburgo in cui si cerca di coinvolgere la chiesa nell’accusa di omofobia (per il resto la mozione va benone), si è visto che l’Europa politica, per come si esprime nelle sue classi dirigenti euroburocratiche del Parlamento europeo, tribuna laicista quant’altre mai, vuole stangare la presunta omofobia della chiesa e, anche se non lo sappia, esprime in questo la stessa cultura anticattolica delle campagne sull’omofilia della chiesa. Una chiesa che si proponga di correggere i comportamenti, madre e maestra, è inaccettabile in una società neosecolarista, poco laica, intollerante verso qualunque principio educativo che alluda a qualcosa piuttosto che al niente, quando questo qualcosa abbia un contenuto oggettivo di verità. L’omofobia va messa al bando, certo, ma anche la pedagogia cattolica? E’ laico questo? No.
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il Foglio / 28 aprile 2007




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1 marzo 2007

[ Segnalazioni ] Studenti scrivono alla docente: scusi, che cos'è "vita umana"?

Un gruppo di ragazzi cattolici sostiene che la ricerca non può rifugiarsi nell'"etica a stadi". Polemiche

Una “confusa lettera aperta”, perdipiù oggetto di “volantinaggio abusivo”, mette da qualche settimana assai di malumore la professoressa Elena Cattaneo, docente all’Università di Milano. La lettera, firmata da un gruppo di studenti imperdonabilmente e ostinatamente cattolici, fa seguito a un convegno di studi organizzato il 31 gennaio scorso presso il centro Uni-Stem della Statale e dedicato alle “cellule staminali embrionali umane”. Al campo di ricerca della Cattaneo, quindi, che da qualche settimana è anche vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica.

Scrivono gli studenti di essere usciti “molto preoccupati, forse anche un po’ sconcertati, dal convegno pubblico che lei ha organizzato nella nostra Facoltà. E’ possibile fare ricerca, senza porsi la domanda principale: che cosa ho di fronte? Nella fattispecie: che cosa è l’embrione? E’ vita umana? Lei ha proposto di delegare la risposta a tali domande alla coscienza del singolo, alle confessioni religiose, lasciando intendere che non sia possibile affermare niente di certo su un tema come questo. Ma se anche così fosse, se non fossimo sicuri che una certa realtà sia ‘essere umano’, non sarebbe comunque più ragionevole rimanere prudenti?”.

Toni vibranti ma pacati, come si può constatare, che però la professoressa Cattaneo, in una missiva spedita il 19 febbraio e indirizzata al rettore, al preside di Farmacia e al direttore del dipartimento diScienze farmacologiche, giudica quasi al limite della lesa maestà scientifica le obiezioni degli otto firmatari della lettera aperta, in quanto “offensivi del lavoro di chi potrebbe pensarla diversamente da loro”.
Tra coloro che la pensano effettivamente in modo molto diverso dagli otto firmatari della lettera aperta c’è per esempio il professor Demetrio Neri. Docente all’Università di Messina, anche lui da tempo in forza al Comitato nazionale di bioetica e invitato a discutere, con il bioeticista cattolico monsignor Maurizio Calipari, nel convegno di gennaio. La tesi espressa da Neri in tema di uso di embrioni umani a scopo di ricerca è quella dell’“etica a stadi”, scrivono gli studenti, “secondo la quale dovremmo creare diversi livelli o ‘stadi’ di valore nelle espressioni della vita umana, in particolare assegnando un livello più basso alla persona non ancora completamente sviluppata (embrioni e feti) rispetto al livello umano vero e proprio. Ma questo non equivale a formulare una scala di dignità basata sulle potenzialità che essa può raggiungere? Potremmo, per esempio, avere gli schizofrenici, i down, i malformati, a occupare stadi leggermente inferiori a quello di un adulto considerato sano. E così via. Avremmo così giustificato, grazie alla teoria del prof. Neri, una classificazione degli esseri umani che ci risveglia sinistri ricordi. Ancor più ci sconcerta l’affermazione, emersa durante il convegno, che ‘è giusto usare embrioni umani, così salveremo la vita a molti animali che oggi dobbiamo sacrificare alla ricerca’. E’ questo il massimo sforzo conoscitivo che un gruppo all’avanguardia del nostro ateneo può o vuole produrre per difendere la legittimità della propria ricerca?”. Eppure, aggiunge la lettera, “non è necessario attendere ulteriori progressi della ricerca scientifica, ulteriori esperimenti o dimostrazioni, per stabilire che, se un embrione non viene soppresso, si mostrerà come quell’individuo umano che è fin dall’inizio, e non ne verrà fuori un elefante o un topolino. Qui si tratta di un uso elementare, e anche più ampio, della ragione”.

“Volantinaggio abusivo”

Ecco, forse è quello spregiudicato appello alla ragione a non andar giù alla professoressa Cattaneo, che nega dignità e cittadinanza alle obiezioni degli studenti, oltre che per il metodo con cui sono state espresse (il “volantinaggio abusivo”, appunto), anche, pare di capire, per il merito. Nella giornata di studio UniStem, precisa la docente in una nota diffusa ieri, stavolta indirizzata “Al Magnifico Rettore, agli Studenti, ai Docenti e al Personale dell’Università degli Studi di Milano” e firmata con Giulio Cossu, Fulvio Gandolfi e Yvan Torrente, “tutti gli oratori sono stati scelti per la loro riconosciuta preparazione e per la loro esperienza diretta degli argomenti che hanno trattato”, e tutti “hanno potuto presentare i loro dati e le loro opinioni così come tutti i membri del pubblico (trecento studiosi da tutta Italia) hanno avuto la possibilità di porre domande e di esprimere le loro valutazioni”.

Morale della favola: la libertà di critica c’è, purché all’interno degli spazi consentiti e stabiliti dalla Cattaneo e dai colleghi autorizzati, e nelle modalità da essi stabilite. Pretesa davvero singolare, da parte di esponenti del mondo della ricerca, che dovrebbero essere abituati all’esercizio del dubbio e delle confutazioni. Non tutti, per fortuna, la pensano così. Angelo Vescovi, studioso di staminali adulte di fama internazionale, sollecitato dagli estensori della lettera alla professoressa Cattaneo giudica del tutto ammissibili e molto pertinenti le obiezioni in essa contenute: “E’ scientificamente dimostrato e dimostrabile – sostiene Vescovi – che la vita umana inizia all’atto della fecondazione. I distinguo sulla qualità della vita umana basati su parametri aleatori non sono accettabili”. E per il professor Carlo Soave, ordinario di Fisiologia vegetale alla Statale, quella lettera alla Cattaneo significa che, “dopo anni che nelle nostre facoltà gli studenti non si fanno sentire su temi così di fondo, temi che nascono direttamente dai laboratori che frequentano, dagli studi che compiono, finalmente qualcosa si muove. Un piccolo ma significativo segno di una comunità di docenti e studenti che si interroga”.
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Nicoletta Tiliacos
il Foglio / 28 febbraio 2007

segnalato da chri(nk)




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15 febbraio 2007

[ Segnalazioni ] Chieffo: cantare la vita per dare voce al Mistero presente. «La malattia? Non è disgrazia»

Al capezzale del cantautore cattolico più conosciuto in Italia. I ricordi dei suoi tremila concerti in giro per il mondo, le amicizie e le performance con i colleghi «laici». L’amicizia con don Giussani E una irriducibile positività che permea la sua opera e la sua esistenza. Anche nel momento più difficile.

Giussani mi è stato maestro di umanità. Nella sua bontà mi chiamava "il poeta". Ho cercato di seguire quello che mi diceva: sii te stesso fino in fondo, così aiuterai la gente. Spero di esserci riuscito.
Gaber è il cantautore che stimo di più. Ha avuto il coraggio di dire in faccia al suo pubblico cose scomode e politicamente scorrette. Lui diceva che il dubbio alimenta la ricerca, io parlavo della domanda, che cerca una risposta.
Dopo che la Grazia è stata presente con tanta evidenza nel corso della mia vita, non posso campare come se non potesse più arrivare. Sarebbe come smettere di sperare. E io non smetto.

Dal Nostro Inviato A Forlì Giorgio Paolucci

Voce affaticata ma decisa, parole dense di vita. Si è fatta più dura la vita di Claudio Chieffo, uno dei cantautori più amati e conosciuti dalla gente, che da qualche mese deve fare i conti con un male contro il quale sta lottando con tutte le forze, sue e dei suoi cari. È una vita dura, ma colma di presenze amiche, di tanti che scrivono, pregano per la sua salute e gli stanno vicino in questo momento difficile. E quando lo senti parlare, hai la sensazione fisicamente percepibile che quel Mistero che da anni canta, lui lo veda e lo senta, lo chiami per nome: Gesù. Spesso, durante la lunga e intensa conversazione che ci ha concesso nella sua casa di Forlì, il suo sguardo si fissa su un poster che si è fatto appendere davanti al letto: è il «manifesto di Natale» stampato come ogni anno da Comunione e liberazione, che riproduce un particolare della Natività di Gesù dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Riporta una frase di Benedetto XVI: «Dio non ci lascia brancolare nel buio; si è mostrato come uomo. Egli è tanto grande da potersi permettere di diventare piccolissimo. Dio ha assunto un volto umano. Solo questo Dio ci salva dalla paura del mondo e dall'ansia di fronte al vuoto della propria esistenza». Parole che Chieffo sente particolarmente «sue» in questo momento, anche per la singolare coincidenza con una canzone composta nel '95, (In questa notte splendida), che descrive bene il senso del Natale: «Un bimbo piccolissimo le porte ci aprirà/ del cielo dell'Altissimo nella Sua Verità».
Sono passati 45 anni dalle sue prime composizioni. Tremila concerti, 113 canzoni. Molti suoi brani appartengono a tutti: Il seme, Io non sono degno, Lasciati fare, Ballata dell'uomo vecchio, La nuova Auschwitz, Ave Maria splendore del mattino…. Tanti sono stati tradotti in varie lingue e cantati in tutti i continenti. E per etichettarla si è fatto ricorso alle definizioni più diverse: autore religioso, cantautore cattolico, menestrello di Cl. Chi è Claudio Chieffo?
Le etichette sanno di colla, appiccicano uno schema sulla persona. E ogni persona è molto più di un aggettivo. Ho sempre cercato di cantare la vita in tutte le sue manifestazioni: la gioia, il dolore, l'amicizia, l'esigenza di giustizia, la sete di felicità, il bene e il male. Mi è accaduto di incontrare una faccia della Chiesa che si chiama Cl, che a sua volta aveva il volto prima di un prete di Forlì, don Francesco Ricci, poi di un brianzolo come don Giussani. E proprio loro mi hanno educato a guardare sempre oltre la siepe, ad abbracciare il mondo. A essere, cioè, come la Chiesa: cattolici, universali, desiderosi di incontrare tutti, di cantare al cuore di ognuno.
Anche di quelli che non sono cristiani?
Certo! Uno dei ricordi più belli risale agli anni Ottanta. Ero andato a Perugia per un concerto, invitato dalla comunità di Cl. Nel pubblico c'erano anche dei musulmani, che alla fine mi chiesero di andarli a trovare. E così, a notte fonda, andai da loro e cantai alcuni brani che furono molto graditi. Facevano lo sciopero della fame contro Khomeini che era al potere da qualche anno. Ogni tanto qualcuno sveniva e lo portavano via. (Ride: «Ma non credo fosse per le mie canzoni…»).
Ha cantato con colleghi «distanti» come Guccini e Ivan Della Mea. Tra i suoi amici c'è anche Giorgio Gaber. Vi siete esibiti insieme in più di un'occasione. Lui si definiva l'uomo del dubbio e guardava a lei come all'uomo delle certezze, con un misto di invidia e scetticismo.
È il cantautore italiano che stimo di più per la schiettezza della sua posizione. Ha avuto il coraggio di dire in faccia al «suo» pubblico cose scomode e politicamente scorrette, attirandosi anche critiche e opposizioni. E in più di un'occasione mi difese con coraggio in un'epoca in cui se non cantavi col cuore rivolto a sinistra rischiavi l'impopolarità e l'emarginazione dai circuiti musicali. (Sogghigna: adesso è un po' diverso, ma mica troppo…). L ui si diceva certo che ciò che manda avanti la ricerca umana è il dubbio. E io gli rispondevo: a parte che non capisco come fai a essere certo basandoti su un dubbio, la molla della ricerca non è il dubbio ma la domanda, perché lascia aperta la possibilità che ci sia una risposta.
Lei ha tenuto concerti in luoghi significativi, Mosca, Gerusalemme, ma anche in luoghi atipici come un gulag del Kazakhstan. Come è arrivato fin laggiù?
Le mie canzoni sono arrivate in tutto il mondo prima di me. In Kazakhstan venni invitato in occasione del Giubileo del 2000, unico artista straniero. Dovevo tenere sei concerti, ne feci il doppio perché le richieste si moltiplicarono. Non dimenticherò mai quello nel gulag di Kocsun, davanti a 800 detenute comuni, primo spettacolo dentro un carcere di quel Paese. Leggevano le mie canzoni, che parlavano di libertà e felicità, tradotte nella loro lingua, e dopo un po' si misero a battere ritmicamente con le mani sui tavolacci di legno per accompagnarmi cantando semplicemente la-la-la-la. Presto si unirono a loro anche le guardie, e alla fine del concerto mi si avvicinò la direttrice, conosciuta come atea convinta, chiedendomi di pregare perché suo figlio di 16 anni potesse trovare una buona strada.
Ha cantato anche davanti a Giovanni Paolo II, per undici volte.
È stato quasi sempre in occasione di incontri di popolo, come lui amava fare. Più che un solista che doveva farsi apprezzare per le sue qualità canore, mi sentivo la voce della gente che gli stava davanti. E lui ad ascoltare e talvolta a partecipare al canto, con quello sguardo che ti penetrava fino al cuore e ti faceva sentire abbracciato da un grande padre.
Cosa ha significato l'incontro e l'amicizia con un maestro della pittura contemporanea come Bill Congdon?
Ho avuto la fortuna di conoscerlo quando ero giovanissimo, nel 1963. Era uno che spalancava gli orizzonti, e dipingendo le terre della Bassa lombarda, dove si era ritirato a vivere e lavorare, ti faceva intravedere l'infinito. Un giorno mi disse: se una canzone non è una finestra aperta sul Mistero, è solo il rumore del nulla. Alcuni giorni fa è venuto a trovarmi in ospedale il mio vecchio maestro delle elementari: ricordo che in quinta ci leggeva la Divina Commedia, aprendo una finestra sulla Bellezza a bambini di dieci anni. È grazie a gente così che le mie canzoni hanno sempre cercato di evocare ciò che tiene in piedi l'esistenza. Partendo da episodi apparentemente banali della vita, aiutano a capire che c'è Qualcosa dentro qualcosa. (Con la mano indica il poster di Natale appeso davanti al suo letto. Riporta anche una frase di don Giussani: «Cristo arriva proprio qui, al mio atteggiamento di uomo, di uno cioè che aspetta qualcosa perché si sente tutto mancante, si è messo insieme a me, si è proposto al mio bisogno originale»).
Giussani diceva che molte sue canzoni esprimono con la musica ciò che lui affermava con le parole. Si sente onorato da un simile riconoscimento?
Il «Gius» è stato maestro in umanità. Nella sua bontà mi chiamava «il poeta». Personalmente non ho mai avuto incarichi nel movimento di Cl, ma ho sempre cercato di seguire quello che lui mi diceva: sii te stesso fino in fondo, così aiuterai tanta gente. Spero di esserci riuscito. Gli sono grato per come ci ha guidato a scoprire Gesù presente nella realtà. Mi dicono che davanti alla sua tomba, al Cimitero Monumentale di Milano, c'è una bacheca con tanti ex voto e messaggi di gente che scrive per ringraziare e per chiedere. Credo che adesso che sta lassù, vicino al Principale, continui a darsi da fare come quando era tra noi. E personalmente non smetto di chiedergli di intercedere per la mia guarigione.
Sul suo sito c'è una lettera scritta in giugno in cui, a proposito della sua malattia, racconta agli amici che «questo è un momento anche di grazia». Come si fa a parlare di grazia nelle sue condizioni?
Nella mia vita ho avuto mo do di toccare con mano tante volte e con tanta evidenza la presenza di Dio: l'amore di mia moglie e dei miei figli, i volti degli amici, l'appartenenza a un popolo, e tante cose che mi sono accadute. La prima percezione che ho avuto quando i medici mi hanno dato notizia del mio male, è che non mi sia venuta addosso una disgrazia, ma che anche questo è un modo - certo dolorosissimo - di far emergere e di testimoniare la gloria di Dio. Altrimenti sarei un dis-graziato, uno che non riconosce ciò che la Grazia ha operato e opera nella sua esistenza. Non si può campare da dis-graziati, sarebbe come negare che la Grazia possa arrivare. Sarebbe come smettere di sperare. E io non smetto.
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da avvenire.it
segnalato da chri(
nk)




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4 febbraio 2007

[ Segnalazioni ] Il Grande Carro nel Cielo



"The Great Gig in the Sky" (letteralmete "Il Grande Carro* nel Cielo") è stata pubblicata il 24 marzo 1973 come quarta canzone del disco dei Pink Floyd The dark side of the Moon.

* - "Gig", in inglese, può essere tradotto acnhe come "concerto" o "spettacolo", da qui il gioco di parole fra la costellazione (il Grande Carro) e "Il grande concerto nel cielo".

Significato della canzone
Una delle domande che
Nick Mason poneva agli intervistati nelle registrazioni che furono poi usate in vari punti del disco era "Hai paura della morte?" (lett. "Are you frightened of dying?").
Il tema della canzone, la morte, è quindi esplicito sia nel testo (gli stralci dell'intervista a Gerry Driscoll, portiere irlandese degli studi di
Abbey Road), sia nel titolo a doppio significato, come già spiegato sopra.
Il brano è infatti la naturale prosecuzione di "Time": in cui una persona si rende conto di aver sprecato troppo tempo nella propria vita e inevitabilmente resta spaventato all'idea che dovrà morire, spesso senza avere il tempo di realizzare tutti i progetti che ha in mente. La risposta a questo è filosofica: la paura della morte è insensata in quanto tutti, prima o poi, se ne devono andare.

Descrizione tecnica
Il brano è diviso in quattro parti.
La prima parte si apre con una sequenza di accordi di pianoforte in 4/4 di
Richard Wright, a cui si aggiungono in seguito la Steel Guitar di David Gilmour e il basso di Roger Waters. Sulla melodia assai dolce si inseriscono le uniche due frasi di testo della canzone pronunciate da Gerry Driscoll. Il testo recita "I'm not frightened of dying, anytime will do, I don't mind...Why should I be frightened of dying? There's no reason for it, you gotta go sometime".
Dopo un breve stacco si apre la seconda parte, dove i vocalizzi di
Clare Torry entrano, insieme alla batteria, come un'esplosione. Contrariamente alla prima parte, che è una lunga serie di accordi diversi, questo pezzo si basa solo sugli accordi di Sol- e di Do+ alternati, fino al climax che chiude anche la seconda parte.
La terza parte è, armonicamente, uguale alla prima. La batteria sparisce, e rimangono basso e pianoforte a far da base al canto molto più lieve della vocalist, che alla fine del giro sussurra, ricollegandosi al testo della prima parte, "I never said I was afraid of dying".
La quarta parte torna sui giri di Sol- e Do+ ma resta calma e priva di batteria, il cantato diventa man mano più lieve fino a svanire.

Curiosità
.  
Clare Torry, per dar vita a quello che secondo molti è il più bell'assolo vocale degli
anni '70, fu pagata soltanto 30 sterline.
.   Un sondaggio australiano del
1990 rivelò che "The great gig in the sky" era stata scelta come la canzone migliore per fare l'amore.
.   Nei concerti che seguirono l'uscita dell'album, fino all'ultimo tour del
1994, le tre parti di cantato furono affidate ciascuna ad una diversa corista: nel "Division Bell tour" del 1994 erano cantate rispettivamente da Sam Brown, Durga McBroom e Claudia Fontaine.
.   Nel film School of Rock,
Jack Black consiglia The Great Gig in the Sky come "materiale di studio" a una apprendista cantante rock
.   A 13 secondi dalla fine della canzone, si può udire un'accellerazione della velocità del nastro (attuata in fase di missaggio) che fa cambiare tono al pianoforte in
fade.
.   La voce della frase "I never said i was afraid of dying" alla fine della terza parte è quella di Myfanwy "Miv" Watts, madre dell'attrice
Naomi Watts e moglie di Peter, all'epoca tecnico del suono dei Pink Floyd.
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da wikipedia
segnalato da chri(nk)
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Un grazie enorme a Fabio.
chri




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30 dicembre 2006

[ Segnalazioni ] Il dolore strumentalizzato per battaglie politiche

Al direttore - Il linguaggio religioso di un cristianesimo rovesciato: l’hanno dovuto usare i radicali per imporre al dibattito pubblico e all’agenda politica il tema dell’eutanasia. Con la vicenda di Piergiorgio Welby la svolta lessicale è stata evidente, ma si stava preparando da tempo. Non categorie sociali, ma affamati e assetati, già negli anni Ottanta, e poi carcerati e, ultimamente, i malati, gli “ultimi” per eccellenza nel linguaggio evangelico, i destinatari delle opere di misericordia corporale della chiesa cattolica: questi via via sono stati messi sotto i riflettori dai radicali. E se tempo addietro siamo stati invitati a sit-in e fiaccolate, se per l’indulto l’anno scorso è stata indetta una marcia nel giorno di Natale, per Welby i radicali hanno proposto una veglia notturna, un’espressione con cui di solito si intende una precisa preghiera comunitaria cristiana, che non poteva non richiamare il grande indimenticabile malato, Giovanni Paolo II. Vegliarono a migliaia in piazza San Pietro durante la sua agonia, anche il suo dolore e la sua malattia erano stati offerti alle telecamere, impietosamente e fra polemiche; noto il suo rifiuto dell’ennesimo ricovero in ospedale. Piergiorgio Welby come Giovanni Paolo II: più volte lo ha ripetuto Marco Pannella – lo ha dovuto fare, per legittimare il dolore e il disfacimento del corpo sbattuti sui media di tutto il mondo. E se la malattia di Luca Coscioni aveva la bandiera della “libertà di cura”, uno slogan innanzitutto politico, quella di Welby sventolava in nome del dolore e dell’umanissimo non poterne più. Intorno a Welby non solo i compagni di lotta ma innanzitutto i familiari che da sempre lo hanno amato e avuto cura di lui: la moglie, la sorella e la madre, “le pie donne”. Un matrimonio solido, una famiglia unita. E pure il prete della parrocchia si è provvidenzialmente materializzato alla fine, per annunciare il mancato funerale religioso; eppure nei tre mesi precedenti nessuna telecamera l’aveva mai intercettato – e sì che non ne mancavano da quelle parti – mentre andava a visitare il suo parrocchiano che chiedeva l’eutanasia al presidente della Repubblica. Con la morte Welby è diventato il “cattolico Piergiorgio”, a cui sono stati “negati i funerali religiosi”, e che il Vicariato non ha chiamato “fratello Piero” come ha denunciato il Riformista con indignazione. Al suo corpo “è stato impedito anche dopo morto di ricevere il conforto confessionale cattolico richiesto dalla sua famiglia”, hanno protestato i radicali, lasciando quasi intendere che pure prima di morire ci fosse stato un rifiuto simile. Ma è noto che Piergiorgio Welby non era cattolico, e quei funerali sono stati chiesti dai familiari. I funerali di Welby sono stati comunque segnati da una “profonda laica religiosità” (presumibilmente in contrasto con una profonda cristiana religiosità), “una profonda religiosità, non quella bigotta, ma una religiosità altra, secondo cui il corpo di ognuno appartiene a Dio, per chi ci crede”, secondo Emma Bonino, che ha pure specificato: “Questa è una piazza che ama la vita”. “Oggi è già Natale – ha predicato poi Pannella – e grazie alla morte opportuna, conquistata e serena di Welby è nata una speranza”. Religiosità, Natale, speranza, vita, veglia, e poi gli affamati, i carcerati, i malati, e non dimentichiamo che sulla parola “maternità” si è giocata la battaglia di emozioni sulla legge 40. Per entrare in sintonia con lo “spirito dei tempi” oramai non si può più prescindere da certe parole, che però svuotate della loro origine – carità senza verità, sintetizzava con efficacia Baget Bozzo – appaiono come riflesse dagli specchi deformati dei luna park.


Assuntina Morresi

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Risposta del Direttore


Non c’è solo la giostra delle vanità, ma qualcosa di più serio e profondo. Quando la fede si secolarizza, il secolo si fa religioso. Se ognuno è cristiano a modo suo, e di universale resta solo il culto dei diritti dell’uomo, l’umanitarismo si prende il pulpito, e lo tiene mica male.


Il Foglio del
28/12/2006
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La vita non il diritto di avere diritti, ma il desiderio di felicità e di pienezza. Mi chiedo: quale speranza può scaturire dalla morte? La speranza di poter un giorno decidere liberamente di farsi uccidere?  E chi se ne frega. Io voglio vivere per sempre.
Augusto




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28 dicembre 2006

[ Segnalazioni ] Non chiudiamo gli occhi




Caro Direttore, il contesto umano e culturale in cui viviamo può essere identificato con una parola: confusione. Ce ne rendiamo conto per l’urgenza in noi di una certezza. Tutta la confusione in cui siamo immersi, infatti, non può evitare l’emergere del desiderio di verità, giustizia, felicità che ci costituisce. «Ho cercato me stesso. Si cerca solo questo» (Pavese). Insoddisfazione, inquietudine e tristezza ci dicono che il desiderio del cuore è inestirpabile - come un dato che nessun nichilismo può vincere -. Neanche la nostra menzogna, i nostri tentativi di far finta che non esiste, è in grado di sradicarlo. Tanto è vero che non vediamo altra via d’uscita che odiarlo: «Quando si annebbia, il cuore grava come peso insopportabile. Ed è difficile reggere questo peso senza avere in odio se stessi, senza rimpiangere di essere nati» (Maria Zambrano).
Si capisce questo odio perché, non trovando la presenza che lo compia, il desiderio di felicità è come un impeto impazzito, che non sa più dove andare. Ma neanche può auto-distruggersi perché è costitutivo e chi ci ha costituiti è un altro, è il Destino. Per questo anche nell’abisso della dimenticanza si può riaccendere il desiderio di tornare a casa. Fu così per il figliol prodigo. E lo è per chiunque abbia ancora una briciola di tenerezza verso di sé, «perché alla vita basta lo spazio di una crepa per rinascere» (Ernesto Sábato).
Il cuore resta come baluardo contro il nichilismo. Dare credito al cuore, al desiderio di tornare a casa, è l’inizio della ripresa. Sembra un niente, ma è ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la verità, se per caso ci viene incontro. Nel cuore, infatti, abbiamo il criterio per giudicare: «L’inferno - scrive Italo Calvino - è già qui. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
Dare spazio a che cosa, se ogni cosa, ogni volto, anche i rapporti più cari, sembrano non avere forza e consistenza per vincere l’inferno? Ci vorrebbe qualcosa di eccezionale per respirare e vivere. Il Natale di Cristo è l’annuncio di questa eccezionalità che irrompe nei confini chiusi dell’umana esperienza: il Verbo si è fatto carne, Dio diviene uno di noi.
Eppure oggi siamo abituati a parlare del Natale come sentimento, folklore, rito già saputo, piuttosto che come fatto eccezionale, fino al punto che la fede non interessa quasi più a nessuno, nemmeno a tanti che frequentano la Chiesa. Gli interessi della vita sono altrove. «Ma com’è possibile - si domanda Benedetto XVI - che un uomo dica “no” a ciò che vi è di più grande; che non abbia tempo per ciò che è più importante; che chiuda in se stesso la propria esistenza?». E risponde: «In realtà, non hanno mai fatto l’esperienza di Dio; non hanno mai sperimentato quanto sia delizioso essere “toccati” da Dio!». Come possiamo essere “toccati” da Dio? Solo attraverso l’umanità cambiata di testimoni, non perché più buoni, ma perché presi, afferrati da un Fatto che muove tutta la loro vita, come è accaduto, d’improvviso, ai pastori: «Venite a vedere! Per voi un bambino è nato!».
Così il Natale è una speranza per tutti. Basta guardare e lasciarsi “ferire” dalla sua bellezza, così come descrive la liturgia della notte di Natale: «Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore». Questo stupore riecheggia nelle parole di Pasolini: «L’occhio guarda… è l’unico che può accorgersi della bellezza… la bellezza si vede perché è viva, e quindi reale. Diciamo, meglio, che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Il problema è avere gli occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio». Oggi, come duemila anni fa. È questo infinito desiderio che da allora fa gridare alla Chiesa: «Vieni, Signore Gesù!».

Corriere della Sera
, 28 dicembre 2006
Julián Carrón


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Vivere all'altezza del cuore è possibile, basta guardare e seguire Cristo presente oggi nella nostra compagnia...
Augusto 




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24 dicembre 2006

Buon Natale

Dio non ci lascia brancolare nel buio; si è mostrato come uomo. Egli è tanto grande da potersi permettere di diventare piccolissimo. Dio ha assunto un volto umano. Solo questo Dio ci salva dalla paura del mondo e dall'ansia di fronte al vuoto della propria esistenza.
Benedetto XVI

Cristo arriva proprio qui, al mio atteggiamento di uomo, di uno cioè che aspetta qualcosa perchè si sente tutto mancante; si è messo insieme a me, si è proposto al mio bisogno originale.
Luigi Giussani




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