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22 agosto 4589


19 aprile 2008

«Niente finisce, tutto comincia»

 
A dieci anni dalla scomparsa del grande pittore americano, abbiamo chiesto al critico d’arte che ha condiviso con lui vita e lavoro di ripercorrere la storia di un’amicizia nata nei primi anni Sessanta. E proseguita intrecciando l’arte con la verità. Per «bucare la crosta dell’apparenza»


Tutto è iniziato per me a Milano, un pomeriggio di febbraio del 1962. Allora ero studente di seconda liceo. Timido e introverso come molti miei compagni, seriosamente ateo, mangiapreti con un certo esibizionismo, irrigidito in un positivismo inossidabile, ma innamorato della pittura (scarabocchiavo e impiastricciavo nel tempo libero e spesso ero immerso in monografie d’arte). Un paio di volte ero stato accostato da quelli di Gs del mio liceo. Ero persino andato a uno del loro raggi. Mi sembravano un po’ fuori di testa. Però erano anche disarmanti («sei felice?»!!). Poi quella mattina di febbraio, a scuola: «Oggi un pittore americano famoso viene a parlare della sua conversione. Forse ti interessa, tu non sei uno che si intende di arte?». L’esca era posta all’amo.

La realtà è segno
Al pomeriggio, mi trovo nell’aula magna dell’Università Cattolica gremita di studenti. Sul podio sale un prete dall’aria spiritata e dalla voce rauca e tonante a richiamare l’importanza di questo incontro: ascolteremo un famoso pittore americano di cui hanno scritto persino Jacques Maritain e Thomas Merton (e chi li conosce?, mi sono detto). Poi sale lui, William Congdon, un bell’americano sulla cinquantina. Ma a cui i capelli bianchi davano già un’aria veneranda, almeno ai nostri occhi di studentelli. Comincia a leggere il suo discorso con voce apparentemente monotona, dal tipico accento anglosassone. Che tuttavia a lungo andare diventa un canto, un canto nel senso epico del termine. Il suo non è un discorso, è una narrazione: di guerra e di campi di sterminio, di nere metropoli nel cui magma affonda un disco solare color sangue; di deserto e di isole di morte, di avvoltoi e di lune ipnotiche nel vuoto della notte. Insomma, immagini. Non ricordo quasi nulla, ma credo di aver ascoltato rapito fin dalla prima battuta. Quel racconto mi dava la ragione, la ragione della mia confusa e un po’ autistica infatuazione per l’arte: la realtà è realtà, diventa realtà, quando è segno. E con ciò, un passo decisivo era fatto nella comprensione della vita, di me, del mio destino. Con il senno di oggi, diremmo che quella testimonianza mi aveva “aperto la ragione” e introdotto alla fede. Fatto sta che sono uscito da quell’aula rigirato come un guanto, tra lo sconcerto gioioso dei “giessini”.

Il “gruppo artistico”
Entrato in Gs, scopro che nel calderone di iniziative e di gruppi esiste anche un “gruppo artistico”, giacché tutti gli interessi devono esser valorizzati alla luce dell’incontro con Cristo. Qui conosco Sante Bagnoli, l’anima e la mente del gruppo, che condivide con me la passione per l’arte, soprattutto per l’arte contemporanea. Per noi è una bella sfida: per quanto lontana dalla Chiesa, anche essa non può non essere testimonianza dell’uomo e del suo senso religioso. Di qui le discussioni, gli incontri su Matisse e la cappella di Vence, sulla chiesa di Le Corbusier a Ronchamp, sul Vangelo secondo Matteo di Pasolini e via dicendo. Ma dietro e insieme a Sante c’è Paolo Mangini, un distinto signore genovese (una dozzina d’anni più di noi, dunque un “adulto”): è lui che, dalla Cittadella di Assisi, ha portato Congdon a conoscere il movimento e don Giussani. È lui che, d’accordo con quest’ultimo, ha deciso di porre le basi di una forma adulta di questo movimento che, verso la metà degli anni 60, è ancora formato in gran parte da studenti medi. Ed è lui che ha intuito in Sante il talento e l’audacia di rischiare nel mare aperto della cultura del mondo le intuizioni fiorite nell’esperienza di Gs.

Le lune di Subiaco
Invidio molto l’intimità di cui Sante gode presso Bill,  che io invece osservo da lontano, senza osare avvicinarmi troppo, alle tre giorni di Varigotti, circondato sempre da un nugolo di giessini, stupiti che questo “anziano” signore forestiero, ricco di un passato di grande artista, sia lì con loro, seduto come uno scolaretto, a prendere appunti durante le lezioni del don Gius.
Ma dopo qualche anno ho l’occasione di accompagnare un amico a Subiaco, all’eremo del Beato Lorenzo, addossato alle rocce che strapiombano sulla valle dell’Aniene. Qui Paolo ha creato uno studio per Bill e una foresteria dove piccoli gruppi del movimento possono trascorrere periodi di ritiro o di vacanza. Qui si svolgono anche i ritiri di quello che comincia a chiamarsi “Gruppo Adulto”, i futuri Memores Domini. La sera, prima di andare a dormire dopo la recita di Compieta, si guardano insieme le magnifiche lune che sorgono sulla valle. Bill ne parla: le sta dipingendo, è una delle sue migliori stagioni di pittura dopo anni di crisi. Ogni tanto Sante sale in studio per vedere il quadro appena terminato. E a me pare quasi Mosè che sale sul Sinai. Finché un giorno Paolo, che da un po’ mi ha adocchiato, suggerisce che anch’io salga con Sante a veder il nuovo “figlio” (come Congdon chiama i suoi quadri). Bill ripete sempre che non è lui a fare il quadro, ma «è il quadro che fa me», che il quadro è un evento, e tale deve essere anche per l’osservatore. E soprattutto che il quadro non è «bello» o «brutto», ma «è» o «non è». Insomma, è una questione di verità, non di estetica. È questione della verità, della totalità con cui il pittore ha guardato le cose, la realtà. Per star di fronte a un quadro, occorre liberarsi di pregiudizi e di schemi intellettualistici, soprattutto di ogni mondanità. Ci vuole silenzio, povertà.

Pungente auto-umorismo
Superata la timidezza dei primi approcci, scopro che Bill è una persona di straordinaria semplicità e di un pungente umorismo, soprattutto auto-umorismo («casa mia e di Winston Churchill», dice ogni volta che si passa davanti alla porta di una toilette). Vive come un solitario, ma spesso è incollato alla radio (sempre la Bbc) ad ascoltare le notizie dal mondo: non c’è dramma, non c’è tragedia che non senta come propria. E di cui non senta, in qualche modo, la responsabilità. Ma non in senso moralistico: di fronte al male bisogna semplicemente affermare il bene come Dio ti concede di farlo; nel suo caso, dipingendo, cioè riaffermando, come sempre diceva, «la positività dell’essere».
Con il tempo ho anche conosciuto le sue debolezze, le sue fragilità, le sue ossessioni e le sue manie, di cui era talmente consapevole da chiamare se stesso sempre con l’espressione «il povero me». Perché su tutto ciò vinceva la sua disarmante certezza che ogni cosa è Cristo, che davvero la realtà è Cristo, che Cristo è l’ineluttabile, cioè è il Destino. «Niente finisce, tutto comincia», disse una volta a un cugino in lacrime per la scomparsa della sorella, a entrambi carissima. E i suoi occhi chiari avevano una strana intensità che sembrava davvero bucare la crosta dell’apparenza. Così tutto davvero comincia, anche dopo quel giorno del 15 aprile del 1998, quando, entrati nel suo studio, ci siamo trovati di fronte al suo ultimo quadro, appena terminato, ancora sul cavalletto.

di Rodolfo Balzarotti

Tratto da Tracce aprile 2008

...la profondità di sguardo di quest'uomo è affascinante: così vorrei stare di fronte alla realtà, sempre.
Augusto




permalink | inviato da ilveliero il 19/4/2008 alle 17:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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