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Comunione e Liberazione Universitari
di Cassino

Siamo un gruppo di studenti universitari mossi dal desiderio di condividere un'amicizia e un'esperienza di vita universitaria più umana.
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SensoReligioso.it :: I documenti di Mons. Luigi Giussani











22 agosto 4589


2 ottobre 2008

L'eccezionalità della conversione di Magdi Cristiano Allam

 

Ieri sono andata a lezione, la mia prima lezione dell’anno: storia contemporanea. Argomento trattato molto bello, professoressa preparatissima.

Si parlava, ad un certo punto, di quotidiani e di articoli. Il succo del discorso è un po' questo: prima sì che erano veri articoli e adesso invece…

La professoressa conclude il discorso così: “Non voglio entrare in merito al credo, ma c’è un personaggio strano che adesso si è convertito e che va vendendo le sue foto in esclusiva a Novella 2000. Il suo nome è Magdi Allam.”
Al che io sono intervenuto dicendo che lui aveva preso il nome di Cristiano, ma non mi è stato possibile continuare. La professoressa insiste
dicendo che la conversione è qualcosa di intimistico per cui non va gridato ai quattro venti.

Il che sarebbe, per alcuni, anche comprensibile se non si tenesse conto che questo “personaggio strano” rischia la vita per essersi convertito al Cristianesimo. Per l'Islam deve essere condannato a morte.

Quello che mi è accaduto a lezione mi ha fatto molto pensare, perché mi è apparso da subito evidente che il problema della gente è lo scandalo: è uno SCANDALO il fatto che uno venda le foto della propria conversione a Novella 2000.

Io mi chiedo: ma in tutto questo, cos’è che conta?

Per me è interessante il fatto che Magdi Cristino Allam abbia venduto le sue foto a Novella 2000, perché penso che anche questo è un modo, forse bizzarro per alcuni, per testimoniare che lui ha incontrato Gesù Cristo. Proprio questa per me è la cosa eccezionale che uno di fronte ad un incontro eccezionale, all’incontro con Lui, non può tirarsi indietro, non può non seguirLo, anche a costo della propria vita.

Elisabetta




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18 settembre 2008

Ciascuno è un'eccezione, cioè un protagonista

Se ci domandassimo chi è il protagonista oggi, per la mentalità comune, dovremmo necessariamente rispondere che stiamo parlando di un soggetto il cui scopo principale nella vita è il successo. Senza di esso ci si ritrova privati di una identità precisa, o meglio di quella possibilità di essere riconosciuti che, in qualche modo, sembra dare l’illusione di ‘esserci’ per davvero. Si tratta in altre parole di una omologazione che obbliga a seguire in tutto e per tutto le direttive della moda dominante: senza essere socialmente riconoscibili, del resto, oggi giorno non si esiste. Tagliato il rapporto con la realtà, prigioniero dell’esito, l’uomo rimane in una condizione di passività umana che lo costringe ad esprimersi in un triste e vuoto formalismo. Ma un uomo che conta solo sulle sue forze è destinato, prima o poi, a fallire.

Che cosa invece è più forte della riuscita, meno effimero del successo? Afferma Luigi Giussani: «Protagonisti non vuole dire avere la genialità o la spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile». Il vero protagonista è infatti l’uomo stupito che fa la scoperta commovente -che scaturisce sempre da un preciso incontro con la realtà- di avere un volto unico e irripetibile. Un uomo libero: libero perché, quasi per una sorta di paradosso, è consapevole di essere legato all’origine della vita stessa, a quel disegno misterioso da cui intuisce che ogni cosa dipende. Un uomo religioso: capace di rapportarsi con la realtà tutta e che, ammettendo la categoria della possibilità, è disponibile ad una possibile rivelazione. Un uomo irriducibile: che non può accontentarsi di nessuna riduzione ideologica, né biologica né storicistica. Un uomo che conosce perché ama: abbracciando le persone e le circostanze della vita, quelle felici e quelle dolorose, vuole giudicare tutto nella continua ricerca del significato ultimo per cui la realtà è fatta.



Voglio gridare l'unicità di ogni singola persona!!!
Elisabetta




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19 aprile 2008

«Niente finisce, tutto comincia»

 
A dieci anni dalla scomparsa del grande pittore americano, abbiamo chiesto al critico d’arte che ha condiviso con lui vita e lavoro di ripercorrere la storia di un’amicizia nata nei primi anni Sessanta. E proseguita intrecciando l’arte con la verità. Per «bucare la crosta dell’apparenza»


Tutto è iniziato per me a Milano, un pomeriggio di febbraio del 1962. Allora ero studente di seconda liceo. Timido e introverso come molti miei compagni, seriosamente ateo, mangiapreti con un certo esibizionismo, irrigidito in un positivismo inossidabile, ma innamorato della pittura (scarabocchiavo e impiastricciavo nel tempo libero e spesso ero immerso in monografie d’arte). Un paio di volte ero stato accostato da quelli di Gs del mio liceo. Ero persino andato a uno del loro raggi. Mi sembravano un po’ fuori di testa. Però erano anche disarmanti («sei felice?»!!). Poi quella mattina di febbraio, a scuola: «Oggi un pittore americano famoso viene a parlare della sua conversione. Forse ti interessa, tu non sei uno che si intende di arte?». L’esca era posta all’amo.

La realtà è segno
Al pomeriggio, mi trovo nell’aula magna dell’Università Cattolica gremita di studenti. Sul podio sale un prete dall’aria spiritata e dalla voce rauca e tonante a richiamare l’importanza di questo incontro: ascolteremo un famoso pittore americano di cui hanno scritto persino Jacques Maritain e Thomas Merton (e chi li conosce?, mi sono detto). Poi sale lui, William Congdon, un bell’americano sulla cinquantina. Ma a cui i capelli bianchi davano già un’aria veneranda, almeno ai nostri occhi di studentelli. Comincia a leggere il suo discorso con voce apparentemente monotona, dal tipico accento anglosassone. Che tuttavia a lungo andare diventa un canto, un canto nel senso epico del termine. Il suo non è un discorso, è una narrazione: di guerra e di campi di sterminio, di nere metropoli nel cui magma affonda un disco solare color sangue; di deserto e di isole di morte, di avvoltoi e di lune ipnotiche nel vuoto della notte. Insomma, immagini. Non ricordo quasi nulla, ma credo di aver ascoltato rapito fin dalla prima battuta. Quel racconto mi dava la ragione, la ragione della mia confusa e un po’ autistica infatuazione per l’arte: la realtà è realtà, diventa realtà, quando è segno. E con ciò, un passo decisivo era fatto nella comprensione della vita, di me, del mio destino. Con il senno di oggi, diremmo che quella testimonianza mi aveva “aperto la ragione” e introdotto alla fede. Fatto sta che sono uscito da quell’aula rigirato come un guanto, tra lo sconcerto gioioso dei “giessini”.

Il “gruppo artistico”
Entrato in Gs, scopro che nel calderone di iniziative e di gruppi esiste anche un “gruppo artistico”, giacché tutti gli interessi devono esser valorizzati alla luce dell’incontro con Cristo. Qui conosco Sante Bagnoli, l’anima e la mente del gruppo, che condivide con me la passione per l’arte, soprattutto per l’arte contemporanea. Per noi è una bella sfida: per quanto lontana dalla Chiesa, anche essa non può non essere testimonianza dell’uomo e del suo senso religioso. Di qui le discussioni, gli incontri su Matisse e la cappella di Vence, sulla chiesa di Le Corbusier a Ronchamp, sul Vangelo secondo Matteo di Pasolini e via dicendo. Ma dietro e insieme a Sante c’è Paolo Mangini, un distinto signore genovese (una dozzina d’anni più di noi, dunque un “adulto”): è lui che, dalla Cittadella di Assisi, ha portato Congdon a conoscere il movimento e don Giussani. È lui che, d’accordo con quest’ultimo, ha deciso di porre le basi di una forma adulta di questo movimento che, verso la metà degli anni 60, è ancora formato in gran parte da studenti medi. Ed è lui che ha intuito in Sante il talento e l’audacia di rischiare nel mare aperto della cultura del mondo le intuizioni fiorite nell’esperienza di Gs.

Le lune di Subiaco
Invidio molto l’intimità di cui Sante gode presso Bill,  che io invece osservo da lontano, senza osare avvicinarmi troppo, alle tre giorni di Varigotti, circondato sempre da un nugolo di giessini, stupiti che questo “anziano” signore forestiero, ricco di un passato di grande artista, sia lì con loro, seduto come uno scolaretto, a prendere appunti durante le lezioni del don Gius.
Ma dopo qualche anno ho l’occasione di accompagnare un amico a Subiaco, all’eremo del Beato Lorenzo, addossato alle rocce che strapiombano sulla valle dell’Aniene. Qui Paolo ha creato uno studio per Bill e una foresteria dove piccoli gruppi del movimento possono trascorrere periodi di ritiro o di vacanza. Qui si svolgono anche i ritiri di quello che comincia a chiamarsi “Gruppo Adulto”, i futuri Memores Domini. La sera, prima di andare a dormire dopo la recita di Compieta, si guardano insieme le magnifiche lune che sorgono sulla valle. Bill ne parla: le sta dipingendo, è una delle sue migliori stagioni di pittura dopo anni di crisi. Ogni tanto Sante sale in studio per vedere il quadro appena terminato. E a me pare quasi Mosè che sale sul Sinai. Finché un giorno Paolo, che da un po’ mi ha adocchiato, suggerisce che anch’io salga con Sante a veder il nuovo “figlio” (come Congdon chiama i suoi quadri). Bill ripete sempre che non è lui a fare il quadro, ma «è il quadro che fa me», che il quadro è un evento, e tale deve essere anche per l’osservatore. E soprattutto che il quadro non è «bello» o «brutto», ma «è» o «non è». Insomma, è una questione di verità, non di estetica. È questione della verità, della totalità con cui il pittore ha guardato le cose, la realtà. Per star di fronte a un quadro, occorre liberarsi di pregiudizi e di schemi intellettualistici, soprattutto di ogni mondanità. Ci vuole silenzio, povertà.

Pungente auto-umorismo
Superata la timidezza dei primi approcci, scopro che Bill è una persona di straordinaria semplicità e di un pungente umorismo, soprattutto auto-umorismo («casa mia e di Winston Churchill», dice ogni volta che si passa davanti alla porta di una toilette). Vive come un solitario, ma spesso è incollato alla radio (sempre la Bbc) ad ascoltare le notizie dal mondo: non c’è dramma, non c’è tragedia che non senta come propria. E di cui non senta, in qualche modo, la responsabilità. Ma non in senso moralistico: di fronte al male bisogna semplicemente affermare il bene come Dio ti concede di farlo; nel suo caso, dipingendo, cioè riaffermando, come sempre diceva, «la positività dell’essere».
Con il tempo ho anche conosciuto le sue debolezze, le sue fragilità, le sue ossessioni e le sue manie, di cui era talmente consapevole da chiamare se stesso sempre con l’espressione «il povero me». Perché su tutto ciò vinceva la sua disarmante certezza che ogni cosa è Cristo, che davvero la realtà è Cristo, che Cristo è l’ineluttabile, cioè è il Destino. «Niente finisce, tutto comincia», disse una volta a un cugino in lacrime per la scomparsa della sorella, a entrambi carissima. E i suoi occhi chiari avevano una strana intensità che sembrava davvero bucare la crosta dell’apparenza. Così tutto davvero comincia, anche dopo quel giorno del 15 aprile del 1998, quando, entrati nel suo studio, ci siamo trovati di fronte al suo ultimo quadro, appena terminato, ancora sul cavalletto.

di Rodolfo Balzarotti

Tratto da Tracce aprile 2008

...la profondità di sguardo di quest'uomo è affascinante: così vorrei stare di fronte alla realtà, sempre.
Augusto




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27 marzo 2008

La mia Scelta

Caro Direttore, ciò che ti sto per riferire concerne una mia scelta di fede religiosa e di vita personale che non vuole in alcun modo coinvolgere il Corriere della Sera di cui mi onoro di far parte dal 2003 con la qualifica di vice-direttore ad personam. Ti scrivo pertanto da protagonista della vicenda come privato cittadino. Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima ed Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: «Cristiano». Da ieri dunque mi chiamo «Magdi Cristiano Allam».
Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre
è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla  mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del «diverso», condannato acriticamente quale «nemico», primeggiano sull’amore e il rispetto del «prossimo» che è sempre e comunque «persona»; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione.

Il punto d’approdo

La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi,
 visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero. Ho dovuto interrogarmi sull’atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come «nemico dell’islam», «ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare l’islam», «bugiardo e diffamatore dell’islam», legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un «islam moderato», assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.
Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza
e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all’abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato.

La scelta e le minacce
Caro Direttore, mi hai chiesto se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente
 un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. Hai perfettamente ragione. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei Paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei Paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei Paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.

Basta con
la violenza
Dal
canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono
 migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei «casi» che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava «Le nuove catacombe degli islamici convertiti». Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani che in Italia denunciavano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, nella culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo?  Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura.

Magdi Allam




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20 marzo 2008

L’amicizia che può affrontare tutto

 

Domenica 24 febbraio. Nella cattedrale di San Paolo, davanti a 50mila persone e al cardinale Odilo Scherer, Cleuza e Marcos Zerbini affidano il movimento dei Senza Terra «nelle mani di don Carrón, perché incontrando Comunione e Liberazione abbiamo incontrato tutto quello che avevamo bisogno di incontrare». Cronaca di un avvenimento commovente che per Cl ha segnato una svolta. Non solo in Sudamerica

di Vando Valentini


Domenica 24 febbraio la pioggia non ha impedito che i giovani studenti universitari e gli appartenenti al Movimento Senza Terra affollassero la piazza della Cattedrale. Secondo Cleuza e Marcos Zerbini, i leader del Movimento, «l’obiettivo dell’evento era incontrare il nostro pastore, affinché tutto questo popolo riconoscesse che il nostro movimento vuole servire la Chiesa secondo il carisma di Comunione e Liberazione». Pioveva a dirotto. Così, alle quattro, gli organizzatori hanno chiesto che la gente potesse entrare nella Cattedrale. Molti sono dovuti tornare a casa affrontando il diluvio, dato che la chiesa non poteva contenere tutti. L’evento, quindi, è proseguito all’interno.
Il cardinale Odilo Scherer ha aperto l’incontro dicendo: «È bello vedere la Cattedrale piena di giovani. Sono felice di vedere che tanti giovani e tante persone che cercano un pezzo di terra su cui abitare possano essere aiutati avendo come punto di riferimento Comunione e Liberazione unitamente alla Chiesa di San Paolo. Spero che il vostro lavoro possa raggiungere tanti giovani per dar loro la possibilità di studiare all’università e anche di conoscere la Chiesa. Forse Dio ha mandato questa pioggia battente perché qualcuno di voi potesse entrare in chiesa e sentisse di essere nella Chiesa. Per questo, come Arcivescovo di San Paolo, li devo ricevere e incoraggiare affinché si sentano parte della Chiesa che vuole accompagnarli, perché abbiano un futuro positivo e pieno di speranza. La vostra presenza in questo luogo e il lavoro del vostro movimento è un segno del fatto che “Dio abita in questa città”, come recita il motto delle celebrazioni per i cento anni della nostra Arcidiocesi».
Poi Cleuza e Marcos Zerbini hanno preso la parola, ringraziando il Cardinale e la presenza di Julián Carrón, guida di Comunione e Liberazione. Cleuza ha detto che «la pioggia caduta oggi rappresenta le lacrime di 20 anni di lotta per la costruzione delle case e di tutto il nostro movimento. Questo è il momento più importante della nostra storia. Carrón anni fa, quando incontrò don Giussani, consegnò il suo movimento nelle mani di don Giussani. Oggi noi del movimento Senza Terra di San Paolo desideriamo consegnare il nostro movimento nelle sue mani, perché, incontrando Comunione e Liberazione, abbiamo incontrato tutto quello che avevamo bisogno di incontrare».
Don Carrón ha chiuso l’evento con queste parole: «Mi sento piccolo e indegno di ascoltare Cleuza mentre affida il suo movimento al nostro. Ma non ho timori, perché Colui che ha iniziato tra noi un’opera buona la porterà a compimento. Siamo figli di don Giussani. E posso dire che non mi sono sbagliato, perché la mia vita è diventata più intensa, più gioiosa e piena di motivazioni. Per questo sono felice di condividere con voi questa esperienza. Vogliamo costruire insieme con voi un’amicizia che possa affrontare qualsiasi cosa: la paura e la tristezza, le lotte e la sofferenza, ma anche le gioie. Non abbiamo paura di nulla poiché Cristo è con noi! Cristo è con noi non come un sentimento o un’idea, ma come un fatto che rende la vita ogni volta più bella... A presto, amici!».



...di fronte all'imponenza di questo fatto possiamo solo essere grati per la presenza di questi testimoni.
Augusto




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14 marzo 2008

CIO' CHE ABBIAMO DI PIU' CARO

 

«Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo».

Benedetto XVI

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1 Ogni volta che siamo chiamati alle urne siamo provocati, come cristiani, a rendere ragione della nostra fede. È questo, infatti, a essere ultimamente in gioco nelmodo in cui diamo il nostro contributo alla costruzione della società. Come ci ha insegnato don Giussani, ciò che ognuno ama viene a galla di fronte alle urgenze del vivere: «Se in primo piano è veramente la fede, se ci aspettiamo veramente tutto dal fatto di Cristo, oppure se dal fatto di Cristo ci aspettiamo quello che decidiamo di aspettarci, ultimamente rendendolo spunto e sostegno a nostri progetti o a nostri programmi», emerge di fronte alla prova, nel giudizio e nella decisione. Perciò le elezioni rappresentano per noi un’occasione educativa unica, per verificare a che cosa teniamo veramente e per smascherare la possibile ambiguità che sta alla radice di ogni nostra azione.

2 Alla politica non chiediamo la salvezza, non è da essa che l’aspettiamo, per noi e per gli altri. La tradizione della Chiesa ha sempre indicato due criteri ideali per giudicare ogni autorità civile così come ogni proposta politica: 
    
    a) la libertas Ecclesiae. Un potere che rispetta la libertà di un fenomeno così sui generis
come laChiesa è per ciò stesso tollerante verso ogni altra autentica aggregazione umana. Il riconoscimento del ruolo anche pubblico della fede e del contributo che essa può dare al cammino degli uomini è, dunque, garanzia di libertà per tutti, non solo per i cristiani. 

    b) il «bene comune». Un potere che si concepisce come servizio al popolo ha a cuore la
difesa di quelle esperienze in cui il desiderio dell’uomo e la sua responsabilità – anche attraverso la costruzione di opere sociali ed economiche, secondo il principio di sussidiarietà – possono crescere in funzione del bene comune, ben sapendo che da nessun programma esso potrà venire realizzato in termini definitivi, a causa del limite intrinseco a ogni tentativo umano.

3 Per queste ragioni noi accordiamo la nostra preferenza a chi promuove una politica e un
assetto dello Stato che favoriscano quella “libertà” e quel “bene”, e che possano perciò sostenere la speranza del futuro, difendendo la vita, la famiglia, la libertà di educare e di realizzare opere che incarnino il desiderio dell’uomo. Lo facciamo in unmomento storico che esige di non disperdere il voto, per non aggiungere confusione a confusione.

    In particolare, invitiamo a guardare ad alcuni amici che, a partire dal personale impegno con la comune esperienza cristiana, hanno già dimostrato in questi anni di perseguire una politica al servizio del bene comune, della sussidiarietà e della libertas Ecclesiae. Ci auguriamo che essi possano continuare a documentare la novità che ha investito la loro vita, come la nostra, affinché nella loro azione si possa rendere ancora più esplicito il frutto dell’educazione ricevuta: una passione per la libertà e per il bene vissuta come carità.


Comunione e Liberazione




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11 marzo 2008

Quando vivere un ideale rende efficace la scuola

Uno dei più famosi giornalisti italiani, pochi giorni fa, su un grande quotidiano, ha fatto scempio del concetto di libertà di educazione parlando di scuola libera come scuola settaria, in cui vige una visione ideologica e mistificata della storia, dell’italiano, delle scienze. Si tratta di una posizione purtroppo assai diffusa in alcuni ambienti intellettuali, posizione che, sostenendo il modello di scuola centralista, burocratica e falsamente neutrale, deve dimenticare che proprio tale modello ha fatto scivolare la scuola italiana al 33^ posto tra i Paesi Ocse per la qualità. Sulla base dei risultati del test internazionale Ocse-Pisa su cui è stata stilata la classifica, emerge come il nostro sistema scolastico abbia portato a casi di analfabetismo di ritorno e sia incapace di contrastare il livello crescente di disinteresse degli studenti, mentre cresce il numero dei ragazzi che interrompono l’iter scolastico prima che sia completato (drop-out), soprattutto tra chi proviene da famiglie problematiche o povere. A fronte di questa situazione le scuole libere sono i luoghi di settarismo ideologico descritti dal grande giornalista? La miglior risposta sta nei molti avvenimenti positivi in atto, espressione della libertà di educazione. Ne ricordiamo uno per tutti, a titolo di esempio metodologico relativo al tema del drop-out. Lunedì 25 febbraio si è svolto a Padova un convegno di presentazione del progetto “Nuvola” realizzato da Ca’ Edimar, realtà del privato sociale fortemente impegnata nella formazione professionale, con la collaborazione di alcuni imprenditori padovani. Il progetto è dedicato all’inserimento nel mondo del lavoro di ragazzi con difficoltà o reduci da insuccessi nel mondo del lavoro. L’educazione non avviene solo tramite percorsi teorici, ma attraverso un’esperienza che i ragazzi “provano” in un ambiente di lavoro (il capannone “New Labor” che ospita una vera e propria impresa), gestito con le regole del lavoro, ma permeato di forte sensibilità educativa.

Alcune esperienze raccontate sono davvero sorprendenti. Un ragazzo russo figlio adottivo di una famiglia del trevigiano, che arriva a Ca’ Edimar dopo un’esperienza fallimentare, sia scolastica che lavorativa, al termine del percorso di inserimento lavorativo, decide di tornare a casa, va ad abitare da solo e inizia a lavorare in azienda. Un ragazzo lituano, scopre a Ca’ Edimar di avere ottime capacità nell’assemblaggio di materiale elettrico e nelle operazioni di confezionamento, impara la lingua, si impiega per il periodo estivo presso una grossa catena alberghiera e poi prosegue gli studi universitari a Milano. Il figlio di un imprenditore padovano, dopo anni di difficoltà vissuti in famiglia e a scuola, riscopre le motivazioni personali per affrontare le scelte della vita e accetta di iniziare un percorso lavorativo nell’azienda del padre, prima rifiutata. Si potrebbero raccontare mille altre storie non casuali: chi educa in questa strana scuola professionale sa ascoltare, correggere, insegnare un mestiere ai giovani, e sa aiutare le famiglie sfiduciate nel loro compito educativo. E’ un esempio fra i moltissimi in Italia che mostra come proprio il vivere fino in fondo un ideale, come quello cristiano per Ca’ Edimar, rende efficace l’istruzione, permette un cammino educativo, riapre alla vita chi la scuola burocratica, falsamente neutrale e incapace di educare, aveva espulso. Con buona pace dei benpensanti ideologici, le dinamiche di appartenenza a ideali di vita amplificano creatività e costruttività, secondo un processo formativo inarrestabile che schemi mentali e leggi soffocanti e retrograde possono solo, colpevolmente, ritardare. 
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di Giorgio Vittadini
Presidente Fondazione per la Sussidiarietà


L'indiganzione è l'attività preferita degli italiani... ma quanti si impegnano con la realtà per cambiarla, quanti giocano tutto se stessi per affermare un ideale: pochi. Ma meno male che ci sono...

augusto




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6 marzo 2008

De-siderio

                                     
    
Cari amici, signore e signori. Tutto ciò in cui crediamo, noi liberali e laici alleati ai cristiani ferventi e consapevoli, si riassume in una splendida frase del vostro Hidalgo: “Io sono nato per vivere morendo”. Cervantes doveva avere in mente la “vita morente” predicata da Agostino di Ippona. La vita umana è limitata e desiderosa di infinito, per questo deve essere tenuta per sacra e definita dalla speranza. La ragione umana è limitata dal mistero, per questo deve essere usata in armonia con il diritto naturale e con la ricostruzione razionale, nello spazio pubblico, di principi che non sono negoziabili per nessun motivo al mondo. E queste cose l’Hidalgo le diceva al suo scudiero Sancho Panza, quando l’amore e il buonumore non erano ancora stati dichiarati eretici, per deridere affettuosamente il suo realismo mangione, il suo meraviglioso cinismo popolare: “Tu, Sancho, sei nato per vivere mangiando”. Guardate il mio corpo e capirete che ho tutta l’autorità necessaria per dirvi quel che ho detto. Grazie. 


Giuliano Ferrara nell'intervento pronunciato nell’Aula Magna dell’Università San Paolo di Madrid.


...ancora, amare la verità più di se stessi: questo è un uomo.




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6 marzo 2008

Reduce

 “Glorifichi la Vita, gloria è”. Ferretti Giovanni Lindo cantava così già nel '93




Era il 1984 e una musica punk così sghemba non si era sentita mai in Italia ma neppure altrove. Erano nati i Cccp-Fedeli alla linea (punk filosovietico-musica melodica emiliana come da loro definizione). La voce cavernosa, il volto tutto incavi e gli occhi spiritati facevano di Ferretti Giovanni Lindo (rigorosamente prima il cognome poi i due nomi) un’antirockstar di culto. Ora per molti è un traditore. Il tradimento starebbe nel graduale passaggio da icona della sinistra a devoto ratzingeriano. Dall’antagonismo all’abbraccio della fede cattolica con tanto di partecipazione alla manifestazione romana dell’8 marzo, promossa dalla lista “Aborto? No, grazie”. “Dalle pere a Pera”, sintetizza una scritta dalle parti di casa sua, sull’Appennino reggiano; e in un post apparso in rete già qualche tempo fa si legge che si tratta di un “venduto a Giuliano Ferrara e alla Cei”. “Sono soltanto tornato a casa”, insiste lui (“e non mi sono mai fatto delle pere”). E’ tornato a casa geograficamente, cioè su per i bricchi, in quella Cerreto Alpi dov’è nato nel 1953. E’ tornato a casa tra le pietre dei padri (“La casa con i fondi e il solaio e le stalle, il fienile, la legnaia”). E’ tornato a casa, alla fede contadina dell’Appennino, all’abbraccio del ricordo della nonna Maddalena (“morta l’anno dei miei diciotto che ormai ero grande”), ai cavalli, alle albe fredde che inducono alla meditazione trascendente. “Reduce” si definisce nel titolo del libro che ha pubblicato nel 2006 per Mondadori. Ma sembra che da quella casa, pur nella Berlino degli esordi musicali, pur nella sua vicenda di “punkettone di cattivo gusto”, pure sui palchi da cui cantava “Spara Juri spara” scuotendo la cresta, non si sia mai allontanato poi tanto. Il suo punk che estetizzava verso il socialismo reale (“Onoro il braccio che muove il telaio, onoro la forza che muove l’acciaio”) era già intriso della litania e del salmodiare che sono il suo timbro di canto inconfondibile. E accanto ai muscolosi operai sovietici scorreva carsica una vena di religiosità. Un ellepì dei Cccp si chiamava “Canzoni preghiere danze del II millennio sezione Europa” e in un altro disco spuntava il “Libera me domine de morte eterna…”. Partito da un confuso pastiche tra misticismo islamico e cristiano che sembrava parodistico soltanto ai disattenti e che divideva lo spazio con il cadenzato incedere dell’Armata Rossa, Ferretti Giovanni Lindo chiarisce la sua poetica quando i Cccp si trasformano in Csi, cioè nel Consorzio suonatori indipendenti. “E’ stato un tempo il Mondo/ giovane e forte (…) il nostro mondo è adesso/ debole e vecchio/ puzza il sangue versato è Infetto/ Povertà malanimo/ Malaventura/ concedi Compassione ai figli tuoi/ glorifichi la Vita/ gloria sia/ glorifichi la Vita/ gloria è”: correva l’anno 1993 e molte delle cose che stanno a cuore oggi a Ferretti Giovanni Lindo erano già enunciate, più o meno consapevolmente, in questa canzone. C’è la vita che sgorga, e la tecnica (parola ricorrente nel lessico ferrettigiovannilindiano) che la distrugge. C’è l’attaccamento a un mondo postbarbarico, quello delle montagne emiliane in cui le generazioni si susseguono e seppelliscono i loro morti nei piccoli cimiteri di paese. Ferretti Giovanni Lindo è partito da Cerreto e a Cerreto è ritornato, rincorrendo l’anelito a una semplicità di vita contadina, all’accoglienza stupita e aperta della natura senza superomismi scientisti, alla terra intesa come origine e come luogo fecondo in cui germoglia la vita. I Cccp, i Csi, poi i Pgr (Per grazia ricevuta), l’antagonismo politico e musicale di qualche decennio fa sono state tappe di un percorso. Non c’è vera e propria conversione, né certamente tradimento. Semmai un radunare gli spicchi della propria vita. Basta sentire una sua intervista di oggi o leggere il suo libro. Chi conosce i testi dei Cccp ritrova di continuo antiche frasi note, autocitazioni, il riecheggiare di parole cardine del versificare di Ferretti Giovanni Lindo. Cioè i mattoni di cui è fatto il suo pensiero. Il materiale da costruzione è sempre quello.

... amare la verità più di se stessi: questo è un uomo
augusto




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9 febbraio 2008

Non c’è bene comune senza tensione al Bene

La caduta del Governo Prodi ci consegna la fotografia di un Paese che negli ultimi due anni ha fatto più passi all’indietro che in avanti. Nella primavera del 2006 esprimevamo la nostra posizione sulle elezioni politiche parlando di correnti radicali e massimaliste, che rischiavano di mettere a tacere le posizioni moderate, e di uno “statalismo rigido” che avrebbero causato gravi danni sui temi dell’economia, della famiglia, della politica internazionale, della scuola, del welfare.
Nell’immediato post-voto, constatando che le urne avevano disegnato un Paese diviso a metà, avevamo chiesto che le forze riformiste di entrambi gli schieramenti si mettessero insieme per mettere mano alle riforme necessarie per il Paese. Ma non è successo; e oggi ne paghiamo le conseguenze.
Ora si torna ai nastri di partenza, appesantiti da due anni di Governo che hanno creato un clima sociale da “tutti contro tutti”, una ostilità verso la politica e una maggiore distanza della politica dai problemi dei cittadini, un freno allo sviluppo economico dettato da politiche fiscali preoccupate soprattutto di punire (in omaggio a quella grossolana ossessione di giustizia sociale esplicitamente dettata dal motto “anche i ricchi piangano” e a un’ostilità ideologica verso le piccole e microimprese, e il popolo delle partite Iva) con tutto ciò che ne consegue in termini di peggioramento del benessere del Paese.
C’è davvero da augurarsi che il prossimo Governo sia più amico del popolo, delle imprese, della famiglia, di chi costruisce il bene per sé e per tutti. Ma le speranze per il nostro futuro non sono appese alla formazione del nuovo Parlamento e del nuovo esecutivo. Come ci siamo ripetuti altre volte, non è dalla politica che possiamo aspettarci il cambiamento.
Nell’Allocuzione per l’incontro con l’Università di Roma La Sapienza, il Papa sottolinea il rischio di una prassi politica in cui prevalgano logiche dettate da interessi particolari invece che la ricerca della verità. Scrive il Papa:
”Essi [i partiti politici] avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all'insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico”.
E’ in questa tensione alla verità che sta la nostra speranza: una tensione alla verità che si esprime in ogni cosa che si fa, e quindi innanzitutto nel lavoro. Ed è proprio da questo punto che nasce e rinasce continuamente l’esperienza di Compagnia delle Opere. Come ci siamo ricordati all’Assemblea Generale di CDO dello scorso novembre, se vogliamo dare un senso nuovo alla realtà, se vogliamo una vita nuova, dobbiamo ritornare alla ricerca del destino in ogni cosa che si fa, per cui ogni circostanza è plasmata nel suo significato, realizzata quindi nel modo più vero, più leale, più utile. Perché la vita umana diventi più vera, più leale, più utile. Diventi migliore.
Questa tensione è la nostra responsabilità nel momento che il Paese sta attraversando: non c’è bene comune senza la tensione di ciascuno al Bene.

CdO Milano, febbraio 2008

non di sola politica vive l'uomo...
Augusto




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